GIANMAURIZIO FERCIONI QUEEQUEG TATTOO

L’ interesse per tutte le forme di espressione ha sempre  condizionato la mia vita. Nella mia famiglia, c’erano scultori, disegnatori, gente di teatro ma anche di mare e da questo guazzabuglio di stimoli nacque in me come per magia l’interesse e la vocazione per il tatuaggio. Tatuaggio inteso come mezzo espressivo e  di comunicazione.

Milanese, ma di famiglia toscana di antiche discendenze, in perenne conflitto tra l’appartenenza  ad un mondo borghese-aristocratico ed un gran desiderio di trasgredirne le regole, ho vissuto un dualismo  che trovava sfogo in provocazioni eclatanti.

Mi imbarcai per la prima volta a 16 anni, quasi per punizione, su un peschereccio, da allora ho continuato a navigare trasferendo imbarcazioni da diporto dai mari del Nord al Mediterraneo.

Fu navigando che ebbi modo di vivere a contatto con i marinai, che divennero per me un importante punto di riferimento. Erano uomini forti che navigavano, lasciavano le famiglie e poi tornavano riportando denari, ed esperienze di posti lontani e nei periodi in cui non erano imbarcati lavoravano come bagnini nelle spiagge altolocate di Viareggio o Forte dei Marmi. Quasi tutti loro avevano tatuaggi di tutti i generi, fatti in paesi lontani, esotici, orientali, nei vari porti d’Europa. Il tatuaggio mi aveva già fortemente colpito da bambino quando avevo letto “Moby Dick” di Melville che mio padre mi aveva regalato. Ricordo che rimasi letteralmente affascinato dalla figura di QUEEQUEG, l’arpioniere  Maori che arriva di notte nella camera del giovane narratore con il corpo e il volto completamente tatuati. l”incontro con Queequeg“ ha rappresentato il culmine di quella mia strana febbre per un espressività di tipo tribale – antico che forse era già in me,  e  mi rese cosciente del mio desiderio di farmi dei tatuaggi e di tatuare. Ed è  per questo motivo che ,in seguito,mi sono appropriato del nome di Queequeg dedicandogli il mio tattoo studio.

Finii il liceo artistico e mi iscrissi all’Accademia di Belle Arti di Brera. Durante questi anni iniziai a tatuare  i miei compagni e amici ,non proprio professionalmente , ma già allora barattavo un tatuaggio per un disco, il biglietto per un concerto, ecc. Avevo allora uno studio, a pochi passi da dove sto ora, dove  (tra le tante altre cose)  tatuavo, era il 1965. Verso la fine dell’Accademia, nel 1970, cominciai  invece a tatuare professionalmente, lavoravo solo il sabato e mi facevo pagare. Durante i trasferimenti di barche e durante  trasferte come scenografo nei teatri delle principali città d’Europa, ebbi  l’occasione di frequentare i vecchi tattoo shop del Nord Europa, come quello di Tattoo Peter ad Amsterdam e Hoffmann ad Amburgo e Jock a Londra .Mi feci tatuare da loro e intanto  li studiavo, immagazzinando nozioni, a volte lasciavo loro dei miei disegni  ed in cambio  ricevevo macchinette, colori tavole nuove e antiche, ecc. Credo infatti di aver collezionato nel tempo più materiale di tutti gli studi d’Italia: macchinette vecchie e nuove, strumenti primitivi e improvvisati in carcere, tavole antiche e dalle origini più diverse, ecc..

Considero il tatuaggio un fatto tribale,  primitivo, un rito di appartenenza che vale tanto per le tribù maori come per le “tribù” degli artigiani nell’Europa fino all’ultima guerra o dei marinai nei porti del mondo, ecc.,un fenomeno che ha matrici popolari, antiche e ataviche dell’uomo.

Credo che un buon tatuatore deve saper tatuare bene con la macchinetta, ma anche a mano, così come non basta avere una macchinetta per essere un buon tatuatore. E non condivido nemmeno l’opinione di chi, come Hardy, considera il tatuaggio una forma di arte: mi risulta proprio  difficile paragonare i tatuaggi, alle opere di Duchamp, Leonardo, Turner ecc.. Credo semmai che sia più “artista” chi porta un tatuaggio che non chi lo esegue. Il tatuatore per me è un artigiano, e il tatuaggio deve rimanere nel suo ambito popolare, assolvere al suo compito di dare forza, gioia, di comunicare…..Chi lo vuole sublimare ed elevare a forma d’arte non fa che snaturarlo e renderlo grottesco. Il dovere di un bravo tatuatore  è quello di interpretare il sogno (o l’incubo) di chi ha di fronte e di farlo affiorare sulla sua pelle, adeguando stile e strumenti al soggetto che deve realizzare, certamente non di gratificare la propria vanità sulla pelle degli altri.

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Come ogni altro buon artigiano il tatuatore deve conoscere i propri strumenti: deve sapere come sono fatte le macchinette , saperle costruire, aggiustare e regolare in modo che possano adeguarsi ad ogni  tipo di lavoro: dall’outline alla colorazione. Da sempre costruisco le mie macchine  e modifico quelle che compro, per adattarle alla mia mano, le modifico tutte in modo che lavorino “long strocke”, come usava Paul Rogers che sosteneva che la macchinetta doveva lavorare come un buon pennello: morbido e preciso.

Oggi faccio lo scenografo nei più importanti teatri lirici d’Europa e faccio il tatuatore professionalmente. Anche se molti non capiscono come io possa far convivere le mie due professioni, personalmente non vi trovo  nessuna contraddizione: credo  sopratutto alla vita e alla sua molteplicità, e sono contento di potermi esprimere in due ambiti così diversi, ma appartenenti entrambi alla mia ricerca di espressione attraverso il disegno. Sia per il mio lavoro di scenografo che per quello di tatuatore dedico almeno due ore ogni giorno al disegno, perchè ritengo che per fare dei buoni disegni l’unico segreto ( che mi è stato insegnato quando ero bambino da un grande pittore amico di mio nonno) sia disegnare, disegnare, disegnare……